L’intervista – Fabio Galimberti

Psicoanalista di stampo lacaniano, ma anche docente all’Istituto Freudiano, Fabio Galimberti, oltre a vari articoli ha già pubblicato cinque libri. L’intervista a cui vi lasciamo si aggiunge a quelle di Pamela Pace e Domenico Letterio, in un trittico di illustri opinioni sulla tematica del disagio e sulle sue varie declinazioni.

Qual è stato il percorso che l’ha condotta al mondo della psicoanalisi? Quali tappe fondamentali indicherebbe nel suo cammino?
La psicoanalisi faceva parte della cultura e dell’esperienza familiare. A sedici anni ho preso dalla libreria di mio padre l’Introduzione alla psicoanalisi di Freud ed è stata una lettura folgorante. Avevo trovato qualcuno capace di dare un senso e una spiegazione al mio malessere e di dare un’interpretazione dell’essere umano che mi sembrava veritiera. Per me quello è stato l’incontro con la verità freudiana. Poi è arrivata l’esperienza dell’analisi personale, a vent’anni, e l’incontro con un giovane brillante psicoanalista a Filosofia, che, in un meraviglioso seminario, mi ha fatto conoscere Lacan.

Questo mese, su Bottega di idee, è interamente dedicato alla tematica del disagio, sulla quale abbiamo avuto la fortuna di interrogare già il Dottor Letterio e la Dottoressa Pace. A lei come a loro, dunque, chiederei una definizione della parola “disagio” nonché una riflessione su quali forme (e sul perché siano proprio quelle, come il disturbo anoressico-bulimico per fare un solo esempio, e non altre) di disagi, siano più diffuse.
Il disagio è la condizione umana, è la condizione dell’essere parlante, che per effetto del linguaggio, del simbolico, ha perso il coordinamento con il mondo e si trova fondamentalmente disadattato. Ha presente che cosa scrive Leopardi dell’animale che si appaga dell’agio ozioso? Ecco: questa esperienza ci è quasi preclusa, fin dall’inizio, perché come esseri parlanti abbiamo desideri e pulsioni che ci spingono ad attivarci continuamente per raggiungere una forma di soddisfazione, che non si trova nella realtà. E sono desideri e pulsioni che non hanno nulla a che vedere con gli istinti di sopravvivenza dell’animale, come testimonia lo stesso disturbo anoressico-bulimico, che lei ha citato. In ogni società si cerca di fare i conti con queste spinte anticonservative che Freud ha chiamato “pulsione di morte”. E in ogni società si fallisce in modi diversi, modi che si chiamano malattia, disturbo, o più psicoanaliticamente, sintomo. Oggi certi sintomi sono più diffusi perché la nostra società muove una guerra ideologica e mercantile alla realtà della perdita che fa parte strutturalmente della nostra esistenza. 

Per creare, di nuovo, un collegamento con le due interviste precedenti (così da dare una visione unitaria ai nostri lettori), le chiederei una riflessione sul testo di Sigmund Freud Il disagio della civiltà, che entrambi gli intervistati hanno posto alla base della riflessione psicoanalitica sul disagio.
Il testo di Freud dice una cosa fondamentale: l’uomo non è fatto per essere felice. Ma vuole esserlo, il che lo rende ancora più infelice. È ciò che Freud chiama “infelicità nevrotica”. È questa seconda che la psicoanalisi cura.

Nella formazione psicoanalitica, figura inevitabile da affrontare è quella di Jacques Lacan, del quale citerei due frasi assolutamente esemplificative di tutto il suo genio: “il linguaggio opera interamente nell’ambiguità, e la maggior parte del tempo non sapete assolutamente nulla di ciò che dite” e “il linguaggio, prima di significare qualcosa, significa per qualcuno”. Come spiegherebbe queste due frasi e in che modo la riflessione lacaniana sul linguaggio può esserci utile per la nostra riflessione di partenza, e cioè quella del disagio e della sofferenza interiore?
Per spiegarle, le faccio un esempio per gioco, partendo dal nome del vostro blog. Se si va a vedere sul dizionario il lemma “Bottega”, si trovano tanti significati e tanti usi. Chi lo ha scelto avrà certamente avuto un’intenzione cosciente che lo ha guidato, ma si può supporre anche un’intenzione inconscia che ha fatto leva sui molti significati della parola. Sempre per gioco proviamo a immaginare che lei in un sogno si rivolga ad una donna e le dica che il suo blog è “una bottega aperta” a una molteplicità di idee. Ecco, in questo caso certamente il sogno indica l’apertura culturale del blog, ma, sempre nella leggerezza un po’ bislacca di questa mia immaginazione, nella frase del sogno fa capolino anche un significato sessuale, che è chiaro nell’espressione corrente “avere la bottega aperta”. Si tratta come detto di un gioco, ma l’inconscio non fa altro che giocare su questi equivoci significanti per raggiungere il suo scopo, che è godere. L’inconscio vuole la bottega piena e la moglie ubriaca!

In una sua pubblicazione, Il corpo e l’opera, ha parlato della paura che noi abbiamo del nostro corpo in quanto questo ci è estraneo, incrociando le visioni lacaniane e freudiane. Potrebbe fornirci una delucidazione su questo?
Il nostro corpo non è così nostro, è estraneo, perché è attraversato da una volontà di soddisfazione che non governiamo, che ci prende alle spalle e che non ci dà tregua. Freud l’ha chiamata pulsione, Lacan godimento. Nel libro racconto di come possa essere trattata attraverso la sublimazione, ossia tramite la creatività artistica e non.

Sul nostro sito abbiamo avuto la fortuna di ospitare due Lettere all’anoressia scritte da una nostra ragazza che ne ha sofferto, Gaia. Trova la scrittura terapeutica e utile a un percorso di cura? Se sì, in che modo?
Sì, la scrittura può essere terapeutica, ma non per tutti e non sempre. Può essere utile, per esempio, come argine quando una persona è invasa da pensieri o, addirittura, da voci disturbanti. Può essere utile anche per aggirare delle inibizioni espressive. Ma non è curativa di per sé.

L’ultima domanda, com’è tradizione sul nostro blog, è dedicata a una riflessione su ciò che Bottega di idee è, ossia un tentativo di riavvicinare i giovani alla cultura: come vede questo nostro tentativo, anche e soprattutto alla luce di una realtà nella quale, se mi è consentito dirlo, giovani e cultura sembrano sempre più distanti?
Lo vedo come un ottimo tentativo, anche se non penso che giovani e cultura siano più distanti di un tempo, anzi. Lo vedo come un tentativo al passo con la realtà presente, che è innervata dalla tecnologia, un tentativo riuscito già solo perché è in presa diretta con la cultura di oggi, che è giovane di per sé in quanto attuale. Complimenti.

Federico

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